#unminutodicasino per Parigi e per noi

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A cura di Elena Ardeni. English version Ieri mattina ho aperto gli occhi nella mia stanza di albergo ad Oslo, Novergia. Come sempre ho controllato l’ora dal mio iPhone, ma non ho appreso solo che erano le 7. Ho scoperto anche che una decina dei miei amici erano “safe” tramite una notifica Facebook. Ho riappoggiato il mio iPhone sul comodino e dopo qualche secondo, quando il mio cervello ha finalmente elaborato, ho ripreso in mano il telefono e ho aperto la app. I miei amici erano “safe” a seguito degli attacchi di Parigi. Attacchi di Parigi Attacchi / di / Parigi. “attacchidiparigi” “Elisa, c’è stato un attacco terroristico a Parigi” ho detto a mia sorella senza neanche ancora aver capito bene cos’era successo. Anche lei ci ha messo un po’ a reagire. Poi, in automatico, abbiamo entrambe cominciato a leggere Facebook, Twitter, il New York Times, The Guardian, La Repubblica… Tutti riportavano la stessa orribile notizia: un’ottantina di persone uccise ad un concerto, una ventina tra ristoranti, bar, strade e un intero stadio bloccato a seguito di due bombe suicide all’ingresso. Terroristi la cui idea era di farsi esplodere dentro allo stadio, non subito fuori.
Opéra national de Paris

Opéra national de Paris

Questa mattina mi sono svegliata nel mio letto a Milano, ho fatto colazione leggendo gli approfondimenti del New York Times (leggo sempre la stampa Americana perchè fa un resoconto del fatto principale e si sposta solo dopo sui contenuti extra) e ho cercato di capire. Ma non ci riesco bene. Mia sorella, che ha ben 9 anni in più di me ma ce lo scordiamo sempre, mi ha vista abbastanza sotto shock e ha cercato di spiegarmi che era così che si sentiva lei l’11 settembre 2001, quando al lavoro erano tutti davanti alla TV a vedere cadere le torri gemelle e la gente buttarsi giù per cercare di salvarsi. “Tu eri piccola, te lo ricordi in modo diverso”, mi ha detto. Ed è vero. Io mi ricordo lo shock di vedere due simboli, due certezze, crollare così, come se fossero un plastico per un film d’azione. Ma non capivo, non capivo come capisco oggi. E non sentivo quello che sento oggi. A leggere di Parigi o dei 40 morti di Beirut. Ieri io e mia sorella abbiamo deciso di andare in aeroporto un po’ prima pensando che la security sarebbe raddoppiata, ma ci siamo “obbligate” a continuare la nostra giornata come da programma. Siamo andate al Munch Museeum, dove le visioni a china o su tela dell’artista sembravano l’output perfetto alle sensazioni della giornata. Un continuo brivido nello stomaco. La nostra giornata è passata tra aeroporti mezzi vuoti, notizie lette qua e là in rete, testimonianze e commenti sulla questione. Persone che hanno dormito a casa di sconosciuti Persone che hanno acceso il telefono all’aeroporto di Parigi a hanno scoperto cos’era successo mentre erano in volo Persone che sono sopravvissute al concerto Persone che hanno scambiato gli spari per fuochi d’artificio Poi, durante il nostro lay-over a Zurigo mia sorella mi ha letto il blog del suo direttore (http://carodirettore.vanityfair.it/2015/11/14/un-minuto-di-casino-per-i-ragazzi-di-parigi) che finisce così: “Ripetere che può succedere anche da noi non salverà nessuno. Perché continua a essere più probabile morire attraversando sulle strisce, e comunque non si può smettere di vivere per paura di morire. E allora ascoltate la musica a tutto volume, ballate, cantate, uscite in minigonna, ridete, godetevi il vento nei capelli, e se qualcuno dice ‘non c’è più religione’ rispondete: ‘evviva’. Un minuto di casino per i ragazzi di Parigi. Per non smettere di vivere prima di morire.” Finalmente qualcuno aveva messo in parole quello che ho provato per tutto il giorno. Ho 29 anni e la mia vita è impalpabilmente cambiata dall’11 settembre 2001. Ma non per questo ho smesso di vivere. Da quel giorno ho fatto la maturità classica, mi sono laureata con lode, ho vissuto a San Francisco, ho trovato un lavoro, mi sono innamorata tre volte, mi hanno spezzato il cuore, ho visto innumerevoli concerti, ho comprato due motorini, ho fatto un milione di bagni in mare e due o tre giri in barca, ho fatto un milione di cene e di feste con i miei amici, ho ballato, ho cantato, ho pianto, mi sono arrabbiata, ho visto Parigi, Londra, New York, San Diego, Los Angeles, Copenaghen, Oslo, la Sicilia e la Sardegna e persino la piccola Ischia: ho continuato a vivere e continuerò, continueremo a farlo. L’Unione Europea ha istituito un minuto di silenzio alle 11 di lunedì mattina in memoria delle vittime di Parigi. Ma io invito i miei amici, parenti, conoscenti, colleghi, tutti i contributors, gli editori e i lettori di StayCool a fare #unminutodicasino per i ragazzi di Parigi e per noi: perché la paura non ci può e non ci deve paralizzare.

Parigi vista dal Centre Pompidou

Yesterday morning I opened my eyes in my hotel room in Oslo, Norway and, as usual, I checked the time on my iPhone. I not only learned it was 7am, I also learned that about ten of my friends were “safe”. I put back the phone on my nightstand, and after a few moments, once my brain had finally elaborated the info, I got it back and opened the app. My friends were safe after the attacks in Paris. Attacks in Paris Attacks / in / Paris “attacksinparis” “Elisa, there has been a terroristic attack in Paris”, I told my sister, without even understanding completely what happened. It took her a while to react as well. Then, automatically, we both opened Facebook, Twitter, The New York Times, The Guardian, La Repubblica… Everyone was reporting the same horrible news: about 80 people killed at a concert, about 20 among restaurants, cafes, streets and an entire stadium locked after two bombs had exploded at the entrance. Apparently two terrorists, whose idea was to explode themselves inside the stadium, not right outside. This morning I woke up in my bed in Milan, I had breakfast while reading the features in the New York Times (I always read American news because they usually have a small recap of the main fact and then they focus on features) and I tried to understand. But I still can’t. My sister, who is 9 years older than me even though we always forget it, noticed I was under shock and tried to explain that that’s the way she felt on 9/11, when she was at work, watching the news on TV, seeing in real time the Twin Towers collapsing and people throwing themselves out of the window in one last attempt to save their own lives. “You were a child, you remember it in a different way”, she said. And it’s true. I remember the shock of seeing two symbols, two certain points, falling down just like that, like they were a prototype for an action movie. But I didn’t understand, I couldn’t understand the way I do now. And I didn’t feel what I feel today, reading about Paris or the 40 people killed in Beirut. Yesterday, my sister and I, decided to go to the airport earlier, assuming that security checks were doubled, but we also made ourselves going on with our day the way it was planned. We went to the Munch Museeum, where the visions of the artist seemed like the perfect output of the feelings of the day. A never ending shiver in the stomach. Our day passed by half empty airports, online news, statements and opinions about what happened. People who had slept at strangers’ houses. People who had turned on the phone at the Paris airport and discovered what happened while they were flying. People who survived. People who thought the shootings were fireworks. Then, during our layout in Zurich, my sister read me a post by her editor-in-chief (http://carodirettore.vanityfair.it/2015/11/14/un-minuto-di-casino-per-i-ragazzi-di-parigi) that ends like this “To keep saying that it can happen to us as well won’t save anybody. Because it is still more probable to die while crossing the street, and anyway, one can’t stop living because he’s afraid to die. So just listen to the music, dance, sing, go out wearing a mini-skirt, laugh, enjoy the wind in the hair, and if anyone says ‘there’s no religion anymore’, just answer ‘hurray!’. One minute of chaos for the kids in Paris. To never stop living before dying.” Finally someone had put in to words what I had been feeling all day long. I am 29, and my life impalpably changed since 9/11. But this was never a reason to stop living. Since that day I graduated from high school and took a BA with honors, I have lived in San Francisco, I have found a job, I have fallen in love 3 times, I have been heart-broken, I have seen many concerts, have bought two scooters, I have swam millions of times in the sea and have had a couple of boat-trips, I have had a millions of dinners with my friends, I have danced, sung, cried, gotten mad, I have seen Paris, London, New York City, San Diego, LA, Copenaghen, Oslo, Sicily, Sardinia and even the small Ischia: I have kept going on living and I will keep going on living, we all will. The United Europe instituted a minute of silence on Monday at 11am to remember the victims of the Paris attacks. But I invite my friends, relatives, acquaintances, colleagues, all StayCool contributors, editors and readers to take #oneminuteofchaos for the kids in Paris and for us: because fear can’t and must not paralyze us.

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