Quattro chiacchiere con Io Non Sono Bogte

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail this to someonePin on PinterestShare on Google+Share on Tumblr

A cura di Eleonora Tricarico.

Lecce, Maggio 2015

In compagnia di qualche amico e di una birra, mi fermo ad ascoltare una band emergente che si sta esibendo in un localino vicino il Viale dell’Università. Tra le varie canzoni, una mi colpisce. E’ una cover. Torno a casa, mi informo, trovo testo e autore. Ascolto di nuovo il pezzo:

“il tuo silenzio che mi è scivolato dentro
come tutte le parole che non son tornate indietro
e se non torni ancora indietro
la guerra hai vinto te”.

Canzone di una storia finita, ovvio, e annoiata da tutte le canzoni che professano l’amore incondizionato, vero, sincero, reale, mi affeziono a questo testo. Pian pianino, ascolto tutte le canzoni che rimandano all’autore: Io non sono Bogte.

Risultato: anche lui sul mio mp3. Dopo poco tempo, mi ritrovo a parlare con il mio coinquilino (sempre lui) e gli rivelo la mia nuova fissa musicale. “Ah sì! L’ho conosciuto al Roxy Bar, abbiamo suonato insieme”.

E non mi dice più nulla. Io parto, ritorno, riparto, ritorno e lui riparte. Non riesco a reperire altre info. Ma indago lo stesso: dietro ad Io sono Bogte, c’è Daniele Coluzzi, romano, che dal 2012 inizia questo percorso musicale e  che, con  il singolo “Papillon” sul tema dell’omosessualità inizia a far parlare di sé grazie a La Repubblica, Rolling Stone, Radio Deejay, Il Fatto Quotidiano, Rock TV, Radio Rai, Mtv New Generation che trasmettono e segnalano il singolo.

Se quando si parla di musica, il gusto personale gioca un ruolo fondamentale, disponibilità e gentilezza vincono su tutto. Quindi, come tutte le persone gentili ed educate, mi conquista.
E la prima volta che mi interfaccio con lui mi ringrazia “per l’assenza di formalità”. Se non avessi avuto l’idea di un’intervista su di lui, se la sarebbe meritata a priori.

B1
Premettiamo che questa è un’intervista zero che non tiene conto dell’esistenza di altre.
Quindi la domanda (di rito) è: perché questo nome?
Bogte è il nome del mio vecchio amico immaginario, e il mio nickname virtuale per anni.
Quando ho capito che non esisteva, è stata una scoperta così grande da dare il nome al mio progetto musicale!

La prima canzone che ho ascoltato è stata “La cosa più importante è che tu stia male” ed è stato subito amore. Ognuno si affeziona ad una canzone quando ci vede anche qualcosa di proprio e qui, il testo sembra essere molto intimo. Quant’è sottile il confine tra vita privata e vita artistica?
Non so, credo che a questi livelli il confine non esista proprio. Forse andando avanti, riuscendo a fare della musica un lavoro a tutti gli effetti, senti poi la necessità di separare le due sfere. Io non avverto differenze, scrivere una canzone è sempre parlare della mia vita privata.
“La cosa più importante” è una canzone che è piaciuta a molti, e questo mi ha fatto riflettere. Come dici tu, in una canzone è bello vederci qualcosa di proprio, è la prova che la canzone funziona, e ha svolto il suo compito. Ho cercato di ricordare proprio questo scrivendo i nuovi brani.

A proposito di ciò, il tuo ora è un progetto da solista: cosa è successo? Ci aspettiamo un colpo di scena!
Il mio ora è un progetto solista, e questo ha i suoi pro e i suoi contro. Credo non dimenticherò mai i due anni passati insieme alla mia band, sono stati i migliori della mia vita! Adesso corro da solo, e questo fa paura. Ma i colpi di scena sono garantiti!

Io so che tu non sei dipendente dal maltempo, dalle sigarette, dal giudizio degli altri, dal malumore, dagli amori tossici, dal tuo ambiente, dalla tua famiglia, da quella degli altri, dal telefono, dai cibi sbagliati, dagli sguardi sbagliati, da qualcuno. E so anche che #tunonseisocial. Eppure ho scoperto tutto ciò tramite un social network. Cosa hai da dire in tua discolpa?
Sto facendo su Facebook e Instagram questa cosa che mi diverte molto: postare ogni giorno una foto diversa di me, in cui prendo in giro alcuni miei difetti, alcuni luoghi comuni, alcune convinzioni. Dopotutto il senso del nome “Io non sono Bogte” è proprio questo: capire cosa non si è, e imparare a riderci su. “Io non sono socievole”, “io non sono divertente”, “io non sono forte” sono tutte cose che ci ripetiamo ogni giorno, delle insicurezze di cui poi ci convinciamo. Ma noi non siamo solo quelle paure, possiamo essere molto altro, basta volerlo.
Questo piccolo gioco mi serve anche a lanciare il titolo del nuovo singolo…sarà “Io non sono…” a voi scoprirlo!

Quali altri cambiamenti ci aspettano? Com’è stato questo ultimo anno?
Quest’ultimo anno è stato molto bello per me. Per la prima volta mi sono trovato a lavorare alle mie canzoni in uno studio di registrazione piuttosto che in un garage, circondato da professionisti che svolgono il lavoro più bello del mondo. I brani sono stati tutti arrangiati e prodotti da Marta Venturini e lo Studio Nero di Roma. E’ stato emozionante, e anche formativo.
Non avevo mai messo così tanta cura nella crescita di una canzone: prima scrivevo, suonavo in sala prove con la band, e in poco tempo la canzone era pronta, finita. Ora invece c’è stato un lungo lavoro di produzione, e il risultato finale mi emoziona tantissimo. Mi rendo conto che i cambiamenti sono davvero tanti. Nel sound, nei testi, nelle intenzioni. Non vedo l’ora di farveli ascoltare!

L’immagine di copertina della tua pagina Facebook parla chiaro: New Single Coming Soon! Anticipazioni o è tutto top secret?
Niente di top secret, ci mancherebbe! Stiamo solo aspettando di avere delle date certe di uscita del nuovo singolo e del nuovo video.
B2

Hai un rito portafortuna o un oggetto dal quale non ti separi mai?
Veramente no. Mi piacerebbe dire il contrario, so che aiuta in tante situazioni, ma non ho mai avuto oggetti portafortuna. Se sto provando ansia o paura, in generale, cerco di concentrarmi sulla respirazione. I polmoni sono il nostro miglior alleato in situazioni di stress.

Sogni e ambizioni: come immagini la tua vita fra due anni?
Tra due anni spero di essere felice come sono ora. Sono felice perché faccio quello che mi piace nel modo in cui mi piace. Con tutte le difficoltà del caso, ma fa parte del gioco. Vorrei sentirmi sempre libero di prendermi in giro e di non perdere l’ottimismo ostinato che mi caratterizza.

L’intervista finisce così. Con un sorriso; perché quando una persona ti dice di essere felice, di conseguenza, lo sei anche tu.

b4

Altri post assolutamente da leggere: