#Interview: La chirurgia etica

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A cura di Eleonora Tricarico Prendo accordi per un’intervista con Cristiana, autrice dei testi e colonna portante del gruppo. Dopo mille ostacoli, lo scorso pomeriggio riesco finalmente a raggiungere la loro sala prove: ci sono tutti, le cinque giovani teste pensanti che compongono il gruppo: Petit, Giorgia, Cristiana, Dario e Lorenzo.  In attesa delle domande da porre, mi guardo intorno e trovo l’ambiente in linea con il loro stile, “la loro etica”: strumenti, libri, luci soffuse, cuscini, tavolino centrale. Trovo una coerenza tra quello che trasmettono e quello che sono. Mi siedo ed inizio, così, la mia chiacchierata con “La Chirurgia Etica”. Partiamo dal nome: definisce la vostra personalità, ma perché scegliere di affidarsi a Bergonzoni? Cristiana: Proprio su questo, è buffo quello che ci è accaduto poco fa. Abbiamo dato il nostro EP ad un produttore e la prima cosa che ha detto è stata “Mmm, già dobbiamo cambiare il nome”. Non ci siamo, noi vogliamo mantenere il nostro nome, perché trattiene la nostra identità. Cambiarlo significherebbe smontarla. Bergonzoni dice “Io sono per la chirurgia etica, bisogna rifarsi il senno”: era molto simpatico e sarcastico come invito; sono tutti concentrati sull’esteriorità, sulle apparenze. Anche noi a volte cadiamo in questi cliché, ma l’importante è essere malati consapevoli. Ho visto un vostro video su YouTube, in cui vi viene chiesto che cosa è per voi “Ti sei poi abituato alla fine?” (*primo brano): avete risposto “un inizio di traguardi”, “un punto di partenza”, “un sogno che si realizza”. Sono trascorsi due anni. Cosa è cambiato? Cristiana: È cambiato il rapporto fra di noi, è diventato più maturo, ci conosciamo di più, siamo diventati molto più forti. Io per esempio mi fido di lei, come di lui e di lei. Anche se noi eravamo già amici, prima di tutto. A livello musicale siamo cresciuti veramente tanto, lo dimostra il pezzo del nostro EP che rappresenta l’unione tra noi: “Non chiamatemi per nome”.  Spesso cantate brani di altri gruppi: Afterhours, Zen Circus, Io non sono Bogte. Quanto influenzano il vostro lavoro? Petit: Dagli Afterhours prendiamo la carica musicale, da Io non sono Bogte  abbiamo preso la “teatralità”, il saper interpretare al di fuori del testo. Da chi ci piace, abbiamo preso il meglio, l’elemento incisivo di ognuno. Però questo non vuol dire che noi siamo copie.12776690_1683511901923409_983663643_oCristiana, so che scrivi i testi. E spesso accade che ciò che tu scrivi si adatti perfettamente alle condizioni interne, intime, private di un’altra persona. Quant’ è sottile il confine che separa la tua vita privata da quello che “si può dire” nella tua musica? Il mio ruolo è da mediano, faccio da tramite. Prendo la mia vita privata per regalarne un po’ al pubblico. È sempre stato un po’ complicato, ci sono tante cose mie intime che non voglio che la gente sappia, c’è sempre un filtro. Sono gelosa della mia parte di vita, ma mi consola sapere che sto regalando un consiglio, una parola a chi ci ascolta. C’è anche sollievo nelle cose che si vivono, la cosa bella è notare che sembriamo tutti quanti diversi ma viviamo tutti le stesse problematiche con ottiche diverse, ma le parole che servono sono sempre le stesse. I miei testi nascono dopo la rassegnazione, dopo aver superato qualcosa che sono pronta a regalare agli altri. Ritorno sempre lì, al brano “Ti sei poi abituato alla fine?”, ho una domanda e forse solo tu mi puoi rispondere: come fare per abituarsi alla fine?  Accettare quello che è stato, accettare tutto ed andare avanti. Facciamo un salto, torniamo alla questione dei nomi. Nuovo Ep: Titolo “Aut-Aut”. La scelta per il nome, ancora una volta, di affidarsi a qualcuno. Questa volta a Kierkegaard. È una grande responsabilità e la trovo in linea con il vostro essere. Qual è il vostro messaggio per chi vi ascolta? Cristiana: Scegliere. Bisogna scegliere qualsiasi cosa, bisogno scegliere cosa fare il sabato sera. Dario: Se non scegli non sei nessuno. Cristiana: Se tu rimani immobile, subisci per inerzia. La bellezza è proprio questa: prendersi la responsabilità. È proprio vero, ad ogni scelta corrisponde una rinuncia, l’importante è scegliere. Bisogna scegliere per avere una propria identità: aut-aut. Quindi, lo chiedo di nuovo a te, Cristiana, quanto ti fa paura il punto zero del brano “Caro Signor K”? Tanto. È il dubbio immane su cosa devo e cosa non devo fare: mi ha spaventa tanto. Ma ho capito che devo prendermi la responsabilità di ciò che farò e, soprattutto, di ciò che non farò. Rimproveriamo sempre le persone per quello che hanno fatto e per quello che non hanno fatto? Come vi vedete tra 5 o 10 anni? Reality sì, reality no?  Cristiana: Sarebbe rinunciare alla propria coerenza. Ma Sanremo sì, fa parte della nostra cultura. Artwork, ultimo lavoro.  Cristiana: Aut-aut è un EP, cinque pezzi con il quale noi ci siamo presentati in senso completo, quindi se “Ti sei poi abituato alla fine?” è stato il nostro cuore, abbiamo aggiunto gli occhi, la bocca e il naso (le orecchie le lasciamo a chi ci ascolta) e abbiamo creato la nostra identità. C’è un po’ di noi. Il manifesto de La Chirurgia Etica, quale verso vi rispecchia?  Questo, per quanto riguarda il messaggio, il pensiero e l’invettiva: forse è la frase che più palesa la nostra identità. “No, non mi hai convinta col tuo saper parlare. Dunque, se non le dispiace, tolgo questa benda, apro gli occhi ed inizio a protestare perché io oggi ho capito che la vera Legge da seguire è l’onestà intellettuale” Questo invece rispecchia più l'introspezione sentimentale. Una visione positiva nel dramma della sofferenza. Una consapevolezza di essere vivi sentendo di sentire dolore, Capire che se soffriamo è perché siamo vivi, così come sanguiniamo perché non siamo morti. "E mi basta sentire il calore Che hai per sopportare il dolore che sei perché nel sangue Che perdo riesco A vedere la mia vita che esiste." L’intervista finisce, ma io penso: “Rimproveriamo sempre le persone per quello che hanno fatto e per quello che non hanno fatto, invece?”

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